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Articolo: Le riviste di moda più influenti al mondo

The world's most influential fashion magazines including Vogue, Vanity Fair, Harper's Bazaar and other iconic publications

Le riviste di moda più influenti al mondo

La moda non ha mai riguardato davvero soltanto i vestiti. Ha sempre avuto a che fare con chi può definire la bellezza, quale stilista viene scoperto e il modo in cui una cultura vede se stessa in un determinato momento. Una singola copertina, con la modella e il fotografo giusti, può cambiare l’atmosfera di un’intera stagione più di qualsiasi sfilata.

Molte testate competono per un’influenza di questo tipo, ma solo poche l’hanno davvero conquistata nel corso dei decenni. Di seguito ne presentiamo dieci: riviste che non si sono limitate a raccontare la moda, ma hanno contribuito a plasmarla.

Vogue

Copertina della rivista Vogue, simbolo di una delle pubblicazioni di moda più influenti al mondo

Credito immagine: Archivi di Vogue / Condé Nast

Nessuna pubblicazione di moda ha più autorevolezza di Vogue. Fu fondata a New York nel 1892 da Arthur Baldwin Turnure come settimanale dedicato all’alta società. Nel 1909, Condé Nast acquistò la rivista e la trasformò nell’autorità della moda che è oggi.

Anna Wintour ha diretto la rivista per oltre tre decenni a partire dal 1988, spostando le copertine dalle modelle professioniste alle star di Hollywood e trasformando il Met Gala in uno spettacolo della moda globale. Nel 2025, Chloe Malle è subentrata alla guida dei contenuti editoriali, mentre Wintour ha assunto un ruolo più ampio a livello globale presso Condé Nast.

Con quasi trenta edizioni internazionali, Vogue resta il punto di riferimento condiviso più vicino a cui l’industria della moda possa aspirare: la rivista con cui si confrontano tutte le altre.

Vanity Fair

Copertina della rivista Vanity Fair, che presenta l’iconica pubblicazione dedicata alla moda e alla cultura

Credito immagine: Archivi di Vanity Fair / Condé Nast

Vanity Fair ha una delle storie editoriali più insolite. Fu lanciata da Condé Nast nel 1913, incorporata in Vogue nel 1936 durante la Grande Depressione e poi rilanciata da zero nel 1983.

È stato quel rilancio, guidato dalla direttrice Tina Brown, a conferire alla rivista la sua identità moderna: un mix di affascinanti ritratti di celebrità e seri reportage politici e culturali.

È proprio questa combinazione a distinguere Vanity Fair dalle testate esclusivamente dedicate alla moda. Il suo numero annuale dedicato a Hollywood e la festa della notte degli Oscar sono diventati quasi delle istituzioni, e nel corso degli anni sulle sue pagine sono passati scrittori come Dorothy Parker e Christopher Hitchens. Vanity Fair non ha mai parlato davvero di ciò che indossano le persone, ma di chi detiene il potere e di come lo usa.

Harper’s Bazaar

Copertina della rivista Harper’s Bazaar, la storica rivista di moda nota per la fotografia artistica e lo stile

Credito immagine: Archivi di Harper’s Bazaar / Hearst

Harper’s Bazaar può vantare con più forza di essere la più antica rivista di moda ancora in stampa. Le sue origini risalgono al novembre 1867, quando la famiglia Harper la lanciò a New York; dal 1913 è di proprietà di Hearst.

Nel corso degli anni, la rivista ha costruito la propria reputazione tanto attraverso la fotografia quanto attraverso la scrittura, collaborando con nomi come Richard Avedon e Man Ray per trasformare i servizi di moda in qualcosa di più vicino all’arte.

Era anche all’avanguardia sotto altri aspetti: scriveva del suffragio femminile e nel 1937 presentò Ady Fidelin, una modella nera, decenni prima che la maggior parte delle concorrenti facesse lo stesso.

Elle

Copertina della rivista Elle, rappresentativa della pubblicazione di moda globale fondata in Francia

Credito immagine: Archivi ELLE / Lagardère News

Elle nacque a Parigi nel 1945, inizialmente distribuita come supplemento di un quotidiano francese, prima di diventare una rivista indipendente.

Ciò che distingue Elle è la sua portata straordinaria. Oggi pubblica decine di edizioni locali in tutti i continenti, ognuna delle quali adatta la copertura globale della moda al pubblico locale, invece di limitarsi a tradurre un unico prodotto americano.

Questo equilibrio tra un’identità visiva coerente e una reale flessibilità regionale spiega perché Elle sia rimasta rilevante in mercati molto diversi per otto decenni.

Marie Claire

Copertina della rivista Marie Claire, che mette in risalto la rivista di moda incentrata su stile, donne e cultura

Credito immagine: Archivi Marie Claire

Fondata anch’essa in Francia, nel 1937, Marie Claire è spesso considerata la prima rivista di moda ad aver trattato le proprie lettrici come qualcosa di più che semplici consumatrici di abiti.

Fin dall’inizio, combinò la copertura della moda con articoli sulla salute delle donne, sulla carriera e sulle questioni sociali, una formula insolita all’epoca e da allora diventata uno standard in tutto il settore.

Dopo una pausa durante la guerra, fu rilanciata nel 1954 e oggi viene pubblicata in più di trenta Paesi, mantenendo al centro la stessa idea: la moda è parte di una vita più completa, non la sua totalità.

Cosmopolitan

Copertina della rivista Cosmopolitan, rappresentativa della popolare pubblicazione di moda e lifestyle

Credito immagine: Archivi Cosmopolitan / Hearst

Cosmopolitan nacque a New York nel 1886 come rivista familiare di interesse generale, il che rende la sua identità attuale piuttosto sorprendente.

Nel corso del Novecento si reinventò completamente, diventando la rivista di riferimento per un pubblico più giovane e schietto, interessato alle relazioni, alla carriera e all’immagine di sé oltre che alle tendenze della moda.

Il suo tono diretto e colloquiale, molto diverso dal registro più formale di Vogue o Harper’s Bazaar, è esattamente ciò che ha mantenuto Cosmo rilevante per generazioni di lettrici e lettori molto diversi.

GQ

Copertina della rivista GQ, influente rivista di moda e lifestyle maschile

Credito immagine: Archivi GQ / Condé Nast

GQ occupa una categoria quasi tutta sua: una copertura seria dell’abbigliamento maschile a una scala che nient’altro riesce davvero a eguagliare.

Nacque da un supplemento commerciale chiamato Apparel Arts, prima di diventare una rivista per il grande pubblico indipendente nel 1957.

GQ considera la moda inseparabile dalla musica, dal cinema, dallo sport e dalla politica, e questo è uno dei motivi per cui le sue interviste attirano l’attenzione ben oltre il mondo della moda. Un profilo di GQ dedicato a un atleta o a un musicista spesso genera tanto interesse quanto ne ottiene la sua diffusione nel mondo dello stile.

Per molti aspetti, la rivista ha scritto la definizione moderna di cosa significhi, per un uomo, essere vestito bene.

W Magazine

Copertina della rivista W che presenta una pubblicazione di moda artistica e sperimentale

Attribuzione dell’immagine: Archivi della rivista W

Lanciata nel 1972, W ha costruito la propria reputazione come la principale rivista di moda non convenzionale, più vicina a una rivista d’arte che, per caso, presenta anche abiti.

Le sue copertine sono note per osare con scelte che altre pubblicazioni evitano: concept surreali, abbinamenti inaspettati e fotografie che privilegiano un’idea forte rispetto a uno scatto commerciale impeccabile.

Questa disponibilità a essere strana ha reso W una delle preferite di designer e fotografi in cerca di una piattaforma che non insegua il consenso di massa.

Glamour

Copertina della rivista Glamour che rappresenta una pubblicazione di moda e lifestyle per le donne moderne

Glamour è stata lanciata negli Stati Uniti nel 1939, originariamente con il nome Glamour of Hollywood, prima di riposizionarsi negli anni Quaranta rivolgendosi a una lettrice molto diversa: la donna lavoratrice, non la star del cinema. Questo cambiamento ha plasmato il tono della rivista per i decenni successivi.

Rispetto alle testate più aspirazionali, Glamour ha sempre privilegiato la praticità: consigli di moda che tengono conto di un budget reale e di impegni quotidiani, affiancati da contenuti sulla salute mentale e sulla crescita personale, temi che molte altre riviste hanno iniziato a prendere sul serio più lentamente.

InStyle

Copertina della rivista InStyle dedicata allo stile delle celebrità e alla moda

Il nome più giovane di questa lista, InStyle è stata lanciata nel 1994 con un taglio preciso: mostrare alle lettrici come ricreare davvero lo stile delle celebrità, invece di limitarsi ad ammirarlo a distanza.

Invece di porre al centro le sfilate, ha costruito la propria identità intorno ai look da red carpet e a consigli pratici di stile, posizionandosi come un ponte tra l’alta moda e ciò che una persona potrebbe realisticamente indossare. Questo approccio, basato innanzitutto sull’accessibilità, era all’avanguardia per l’epoca e in seguito è diventato il modello predefinito per gran parte dei media dedicati alla moda.

Il quadro generale

Mettendo in fila queste dieci riviste, emerge uno schema: nessuna di loro ha avuto successo copiando ciò che facevano tutti gli altri.

Vogue ha costruito la propria autorevolezza attraverso coerenza e dimensioni. Vanity Fair ha puntato su celebrità e politica, anziché sul solo stile. Marie Claire e Glamour hanno considerato le proprie lettrici come persone a tutto tondo, non soltanto come consumatrici. GQ ha creato un’intera categoria dedicata all’abbigliamento maschile, quando quasi nessun altro se ne occupava.

Forse è questa la vera lezione. Nell’editoria di moda, la longevità nasce dall’avere una visione chiara, non dal copiare la testata che, in un dato anno, si trova in cima.

Queste riviste sono sopravvissute alle crisi economiche, all’ascesa di Internet e al passaggio ai social media proprio perché ognuna rappresenta ancora qualcosa di specifico. Oggi basta scorrere un feed di moda per dimenticare facilmente che gran parte di ciò che vi compare — il linguaggio, le immagini, persino l’idea del momento da copertina — è stato inventato sulle pagine di riviste come queste, molto prima che qualcuno avesse un telefono in tasca.

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