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Articolo: L'eredità e l'influenza di Vogue e Vanity Fair nella definizione della moda europea

The Legacy and Influence of Vogue and Vanity Fair in Shaping European Fashion

L'eredità e l'influenza di Vogue e Vanity Fair nella definizione della moda europea


La moda, prima di diventare un’industria, era un sussurro passato tra le capitali. Parigi viveva il tessuto, e il mondo aspettava solo notizie da lì. Fu la guerra, stranamente, a dare a quel sussurro una voce stampata. Quando la Prima Guerra Mondiale interruppe le rotte marittime tra New York e l’Europa, Condé Nast non poté più spedire Vogue attraverso l’Atlantico e così, nel 1916, nacque British Vogue come prima edizione internazionale della rivista. Fu meno un’espansione che un’eredità: l’osservatore americano della moda, per la prima volta, si trovò dentro la casa stessa dell’Europa.

Quattro anni dopo, la casa che contava di più aprì completamente le sue porte. Nel 1920, Condé Nast avviò l’edizione francese, perché il mondo aveva bisogno della carezza di Parigi. Da quel momento, Vogue smise di limitarsi a raccontare la haute couture europea e cominciò a respirare con essa; le sue pagine divennero l’anticamera attraverso cui Chanel, e poi una generazione di atelier leggendari, entrarono nell’immaginario mondiale.

Occhi che Scelsero la Luce

Nessuna pubblicazione costruisce un’eredità solo con l’inchiostro; questa parte della storia è fatta di occhi che scelsero di vedere la luce dell’arte. Vogue divenne la casa professionale di fotografi come Cecil Beaton, Irving Penn e Helmut Newton, ognuno dei quali insegnò al secolo un nuovo modo di guardare una donna, un abito, un gesto catturato nella luce d’argento. E quando Diana Vreeland prese il timone negli anni ’60, ridefinì la silhouette stessa che il mondo trovava bella, elettrica di modernità.

Poi arrivò un nome che non ha bisogno di presentazioni in nessuna lingua: Anna Wintour, la cui impronta su Vogue rimase duratura in tutta l’industria della moda. Sotto la sua guida, passerella e strada impararono a parlarsi, l’alta moda indossata accanto al denim, il sacro accanto all’ordinario, e in qualche modo entrambi resi più belli dall’incontro.

Vanity Fair: Il Ritratto Dietro il Tessuto

Se Vogue ha insegnato al mondo a vedere la moda, Vanity Fair ha dipinto un mondo visibile dove le anime più vivide e colorate della moda potevano finalmente essere viste. Nato nel 1913, fuso silenziosamente in Vogue durante le difficoltà della Depressione nel 1936, e poi, come una fenice che aspettava solo la stagione giusta, rilanciato da Condé Nast nel 1983, Vanity Fair divenne qualcosa di più raro di una rivista di moda. Divenne uno specchio rivolto alla cultura stessa.

Dove Vogue è la collezione, Vanity Fair è la confessione. Sotto editori come Tina Brown, che prese la guida della rivista nel 1984 dopo il rilancio di Condé Nast, la rivista rivolse il suo obiettivo alle vite private dietro il glamour pubblico, formando strette relazioni creative con fotografi come Annie Leibovitz, Harry Benson e Helmut Newton, i cui ritratti divennero l’identità stessa della rivista. Fu qui che la moda smise di essere solo il capo d’abbigliamento e divenne il mito avvolto intorno alla persona che lo indossava.

Per questo motivo un servizio su Vanity Fair ha sempre avuto un peso diverso da qualsiasi pubblicità. È sempre stato meritato, non organizzato, una sorta di cavalierato culturale conferito da editori che riconoscono solo ciò che è luminoso, e che, per questo, voltano le stesse pagine del cielo.

Due Specchi, Un Riflesso

Insieme, queste due pubblicazioni hanno fatto qualcosa che nessuna casa di moda poteva fare da sola: hanno costruito il vocabolario con cui l’industria del lusso europea parla ancora oggi. Vogue ha dato ai designer del continente un palcoscenico abbastanza ampio perché il mondo intero potesse guardare. Vanity Fair ha dato loro un’anima, un verdetto per cui la storia tinge le sue pagine di colore, affinché il mondo del tessuto trovi un valore per sempre verde, molto tempo dopo che l’ultima cucitura è stata fatta.

Ancora oggi, entrambe fanno parte della stessa linea, la famiglia di pubblicazioni nate sotto Condé Nast, che ha plasmato non solo ciò che il mondo indossava ma ciò che il mondo credeva valesse la pena indossare. La loro autorità non è mai stata costruita artificialmente. È stata accumulata, numero dopo numero, ritratto dopo ritratto, decennio dopo decennio, finché un cenno editoriale di una delle due divenne una sorta di prova: la prova che una casa, un designer, un nome era passato dall’essere semplicemente eccellente all’essere indimenticabile.

Perché Ancora Fa la Copertina

In un’epoca in cui la visibilità può essere evocata da un giorno all’altro con un semplice clic, una cosa rimane al di là di ogni acquisto: il riconoscimento guadagnato da un occhio esperto, mai prodotto da un budget. Questa è l’eredità silenziosa che Vogue e Vanity Fair hanno lasciato alla moda europea: la consapevolezza che il vero lusso non è rumoroso. Non ha bisogno di esserlo. Attende pazientemente, vestito in modo impeccabile, gli occhi giusti per trovarlo, gli stessi occhi che una volta trovarono Chanel in un atelier parigino e non distolsero mai lo sguardo.

Essere visti da loro non è mai stato semplicemente essere visti; è stato essere scritti, con l’inchiostro, che la moda stessa non avrebbe mai osato cancellare.

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